Iran: ballano e tolgono il velo, le donne vogliono libertà

Iran: ballano e tolgono il velo, le donne vogliono libertà

Articolo uscito su Il Giornale (cartaceo) il 6 luglio 2018.

Le donne iraniane ballano nelle strade come se non avessero mai ballato prima, ballano con e senza velo; si fanno riprendere in video che poi postano su internet, condivisi con gli hashtag #freeiran #NoToHijab #IranRegimeChange. Quella delle ragazze dell’Iran è una battaglia per la libertà. La libertà di fare quello che a qualsiasi donna occidentale sembra normale, la libertà di ballare in pubblico e lasciare a casa l’hijab. L’hijab che Pahlavi Shah aveva vietato, ma che le donne avevano rimesso – trasformandolo in chador – per far sentire vicinanza all’ayatollah Ruhollah Khomeyni, il leader rivoluzionario islamico morto nel 1989.

La libertà di espressione è un concetto tanto caro alle nostre democrazie occidentali. Ma non esiste in un territorio che storicamente è la culla di una delle più antiche civiltà del mondo. È il caso dell’Iran, l’antica Persia, una terra tanto bella, quanto ostile. Una protesta simbolica, ma rischiosa. In Iran le donne non possono ballare in pubblico dai 9 anni in su, ma molte sfidano la legge della Sharia e lo fanno. Rischiando, e molto. Ma la protesta delle donne dell’Iran non nasce ora. Si è, però, intensificata. La questione delle donne che danzano in Iran è iniziata nel 2014 e si è fatta più marcata da aprile di quest’anno. Da allora, sempre più donne vanno in strada, ballano e si fanno filmare.

Sui social, moltissimi i video che mostrano le donne ballare, postati su Twitter e Youtube: un azzardo per un futuro migliore, per far vedere al mondo che la libertà è la cosa più importante. Le ragazze dell’Iran riaffermano i loro diritti negati dai tanti divieti imposti da un regime antidemocratico. Un regime dove i diritti umani non sono sempre rispettati, dove i diritti dei bambini sono stati offesi tante volte e dove i diritti delle donne vengono spesso calpestati.

Il mese scorso, una campionessa indiana di scacchi si era rifiutata di giocare in Iran e partecipare a un’importante competizione come autodenuncia contro le oppressioni alle donne in Iran. Soumya Swaminathan, si stava preparando a competere nel campionato asiatico di scacchi in Bangladesh. Ma quando la competizione era stata trasferita in Iran, la 29enne si era ritirata dalla gara internazionale con questa motivazione: indossare il velo, regola della gara, avrebbe violato i suoi diritti umani. Lei, Soumya Swaminathan, aveva detto no: «Nelle circostanze attuali, l’unico modo per me di proteggere i miei diritti non è quello di andare in Iran».

Ma il polverone, in Iran, non deriva solo dalle donne che vedono minacciati i loro diritti primari. La pentola ribolle e il coperchio forse salterà. Le sanzioni di Trump, il fatto che i Paesi occidentali hanno il timore di investire in una nazione instabile, il crollo del Rial e la crisi finanziaria stanno trascinando verso il basso le sorti delle persone comuni. Dal ritiro di Trump dall’accordo sul nucleare, il Rial ha segnato un -40% sul dollaro. La popolazione è esausta e la battaglia delle ragazze si può inserire in un percorso di ribellione generale. Infatti, anche i commercianti del Gran Bazaar, che non scioperavano dal 1979, l’anno della rivoluzione islamica, hanno scatenato una grande protesta contro il governo (poi placata con la promessa di condizioni migliori).

Dopo il ritiro dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015, le sanzioni Usa contro Teheran sono state reintrodotte. Il Paese, da allora, non ha avuto vita facile. La crisi è profonda e non è solo economica. Il morale è basso, la gente è scontenta. Gli 81 milioni di abitanti dell’Iran soffrono. Le donne istruite rialzano la testa e combattono un regime che, dalla Rivoluzione Islamica del 1979, le schiaccia. Ma non ci sono solo le donne, c’è un intero Paese che non ce la fa più. Omosessuali impiccati, dissidenti in galera, legge islamica della Sharia e lapidazione per le infedeli introdotta dal codice penale iraniano nel 1991, la crisi economica. La religione è molto forte e domina sulla popolazione con la sua componente sciita. C’è stato un recente scambio duro, durissimo, tra il governo Trump e Hassan Rouhani sulla questione nucleare in Iran. E il presidente Rouhani, da Berna, ha ribadito come sia impossibile per gli Usa proibire le esportazioni di petrolio iraniane. Brian Hook ha annunciato nuove sanzioni Usa sulle automobili, sui metalli preziosi, che saranno in vigore dal 6 agosto. Ma non ha fatto solo questo: ha anticipato altre sanzioni sui prodotti petroliferi in autunno. Trump mira a destabilizzare, a cambiare lo stato delle cose: vuole che la potenza dell’Iran venga circoscritta.

Ali Khamenei, l’ayatollah, ha accusato gli Stati Uniti di fomentare e ravvivare i focolai di protesta. Secondo la guida spirituale, le proteste non sarebbero nate spontaneamente, ma sarebbero state programmate e progettate dall’esterno del Paese. Nel mentre, Rouhani critica le sanzioni e l’America. Dice che «le sanzioni sono cieche, che non saranno mai realizzate» e aggiunge che se il blocco delle esportazioni di petrolio si verificasse «significherebbe che gli Usa impongono una politica imperialista in flagrante violazione delle leggi e dei regolamenti internazionali». Intanto, l’Arabia Saudita ha annunciato che aumenterà la produzione di petrolio in previsione del blocco sulle esportazioni di Teheran. Problema di rifornimento risolto? Intanto, l’Iran accusa Israele di rubare addirittura «le nuvole» per favorire la siccità. E lo scacchiere degli amici e dei nemici è presto delineato. Ma adesso rimangono molti interrogativi e una sola domanda: in Iran potranno cambiare le cose? Intanto, a soffrire è il popolo iraniano. E con il popolo, le coraggiose ragazze dell’Iran.

Sara Mauri

@SM_SaraMauri

About the author

Giornalista, ho scritto su Il Giornale (di carta), La Nuvola del Lavoro e La 27 Ora (Corriere della Sera), La Stampa, Startupitalia, Nonsoloambiente, Barche Magazine, Provincia di Lecco, nella mia rubrica La Bréva del Giornale di Lecco. Ora scrivo su Linkiesta.

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