I bambini di Al-Hol

Nell’inferno di Al-Hol di Al-Hasakeh, un campo nel nord-est della Siria, vivono molte persone. Più di due terzi sono bambini, molti orfani o separati dalle famiglie. Bambini senza speranze, senza futuro.

Foto presa da Human Right Watch

Foto Human Right Watch, CC Sam Tarling

Un bambino non dovrebbe nascere in guerra, non dovrebbe crescere in guerra, dovrebbe conoscere la pace o vedere un futuro davanti a sé. Ma non sempre questa promessa è mantenuta. E tante, troppe volte, in un mondo che dimentica le tragedie, ci si scontra con il reale. Spesso non guardiamo, ci giriamo dall’altra parte, ignoriamo i drammi lontani.

Al-Hol è un campo grande, un campo molto affollato. Secondo la Croce Rossa Internazionale  a vivere in questo campo, situato nel Nord Est della Siria, sono oltre 62.000 persone (stimate). Uomini, donne, bambini stranieri legati all’ISIS rimangono qui, detenuti in questo limbo da cui non si può uscire. Un luogo dove manca la dignità, dove anche la giustizia è lenta. I detenuti, in prevalenza stranieri, non sono mai stati portati davanti a un tribunale. I bambini, scontano anche le colpe dei loro padri o delle madri. Genitori che, allettati dalle facili promesse dell’ISIS, hanno seguito una strada magari anche senza porsi troppe domande. Secondo Human Right Watch, i bambini che vivono ad Al-Hol sono 27.500 e provengono da 60 paesi. Ma potrebbero anche essere di più perché i numeri non concordano. Ad esempio, UNICEF qui parla di 40.000 bambini siriani e stranieri. 

Il campo è sovraffollato. Secondo un report sanitario di WHO (World Health Organization), questo campo era progettato per ospitare soltanto 10.000 persone. Anche qui, i numeri non sono gli stessi. Who stima che ad Al-Hol vivano 68.080 persone.

La violenza qui è di casa, madri e bambini vivono in condizioni disagiate. Ad Al-Hol non ci sono stata, non posso mostrarvi con i miei occhi quello che altri occhi hanno vissuto. Ma quando ho letto i tweet di tweet di Peter Maurer, presidente dell’International Committee of the Red Cross (ICRC), ho voluto approfondire. Avevo come un istinto che mi diceva di non voltarmi, che mi invitava a capire di più. In Italia ce ne interessiamo troppo poco, ma la comunità internazionale ne sta parlando.

Maurer descrive Al-Hol come “a desolate place: one where hope goes to die”. Al Hol è un luogo dove la speranza muore. Maurer scrive: “stiamo creando luoghi sicuri per i bambini, curando malattie, facendo nascere e fornendo pasti caldi”. Questo “tiene in vita le persone. Ma non è abbastanza. Le persone hanno bisogno di risposte umane e sostenibili a lungo termine”. Nel campo di Al-Hol, decine di migliaia di donne e bambini vivono in condizioni precarie. Peter Maurer scrive ancora: “sono rimasto francamente scioccato dalle condizioni: i bambini sono malnutriti; alcuni muoiono per malattie curabili. Le tende improvvisate offrono poca protezione dalla crescente violenza né dalle dure condizioni”. Il Presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che ha appena visitato Damasco, Darayya, Harakeh e questo campo, si auspica che la comunità internazionale si unisca per trovare un “nuovo approccio” e soluzioni a lungo termine.

Violenza. In una terra devastata, molte famiglie, senza più opzioni, tornano a vivere tra le rovine. La guerra civile siriana, ancora in corso, è iniziata nel 2011, con le prime rivolte contro il regime. Sono passati 10 anni, ma le esigenze delle persone non sono cambiate, la situazione è sempre disperata. Nel conflitto sono morte tantissime persone, dodici milioni sono i civili sfollati. Tanti sono andati nel vicino Libano. A ottobre 2019, avevo visto i campi dei profughi siriani vicino ad Anjar, nella valle della Bekaa, a 5 chilometri dal confine con la Siria.

Le condizioni non sono buone nemmeno lì, ma ad Al-Hol si cresce davvero senza avvenire. Fabrizio Carboni, direttore regionale dell’ICRC per il vicino e Medio Oriente, posta su Twitter una foto con i disegni dei bambini di Al Hol. Sognano un mondo diverso. “Le loro speranze e i loro sogni sono così diversi rispetto a ciò che il mondo offre loro”.

A febbraio 2021, dopo un incendio nel campo, l’Unicef aveva sollecitato il rimpatrio di tutti i bambini di Al-Hol e c’erano state discussioni in merito. L’incendio aveva visto morire almeno tre bambini. Un incidente non isolato, dato che gli incendi accidentali non sono rari nel campo, spesso a causa dei fornelli che vengono utilizzati all’interno delle tende per riscaldarsi, in particolare modo durante il freddo dell’inverno.

Ma gli incendi non sono l’unico pericolo. Il 24 marzo è uscita una dichiarazione di Bo Viktor Nylund, rappresentante di UNICEF in Siria. “L’UNICEF ha ricevuto ieri notizie di un ragazzo di 15 anni ucciso nel campo di Al-Hol in un atto di violenza. Due settimane fa, un altro ragazzo di 16 anni è stato ucciso a colpi di arma da fuoco”. Il 22 gennaio erano già 12 le persone uccise all’interno del campo dall’inizio dell’anno. Il 3 marzo, anche Medici Senza Frontiere esprimeva “tristezza e profonda preoccupazione per lo stato di insicurezza in cui versa la popolazione del campo di sfollati di Al Hol”, aggiungendo che nella notte del 24 febbraio era stato ucciso un membro della loro equipe. Secondo Will Turner, responsabile MSF dell’emergenza in Siria, “le persone vengono uccise con una frequenza brutale, spesso nelle tende in cui vivono. Molti bambini restano senza nessuno che possa prendersi cura di loro. Le autorità hanno la responsabilità di fornire sicurezza e protezione. Questo è un ambiente tutt’altro che sicuro e certamente non è un posto adatto per far crescere i bambini. E’ un incubo che deve finire”.

Secondo il report di Human Right Watch sulle condizioni del campo, ad Al-Hol e Roj (un altro campo), oltre il 90% dei bambini ha meno di 12 anni e più della metà sono sotto i 5 anni. Si parla di “acqua contaminata, latrine traboccanti, carenza di cibo fresco e pannolini, tende che prendono fuoco, malattie dilaganti, cure mediche insufficienti e quasi nessuna istruzione per i bambini”.

Milioni di siriani stanno affrontando povertà e fame dall’inizio della pandemia. Secondo il report della Croce Rossa, il 60% della popolazione non riesce a trovare sufficiente cibo per vivere. Molti vivono senza elettricità o acqua corrente. E nei 10 anni di questa guerra ci sono bambini cresciuti senza pace, bambini nati in un conflitto che ruba loro l’avvenire. Bambini diventati grandi per necessità, bambini senza infanzia, senza scuola, sfollati, in una terra dilaniata che strappa loro ciò che resta di un futuro. 

Negli scorsi giorni è stata lanciata un’operazione anti ISIS nel campo di Al-Hol.

Quando ho letto di questa vicenda, ho pensato cosa potessi fare a riguardo. La risposta era facile: “scrivi”.

Sara Mauri

About the author

Giornalista, ho scritto su Il Giornale (di carta), La Nuvola del Lavoro e La 27 Ora (Corriere della Sera), La Stampa, Startupitalia, Nonsoloambiente, Barche Magazine, Provincia di Lecco, nella mia rubrica La Bréva del Giornale di Lecco. Ora scrivo su Linkiesta.

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