Quella piccola proprietà nel cuore di Manhattan

Reportage dall’America senza esserci mai stata

Manhattan: il triangolo di Hess, 68 cm per lato, è rimasto possedimento privato dai primi del Novecento

Articolo uscito su Il Giornale (cartaceo) il 15 febbraio 2019.

Vista di Manhattan

Manhattan, veduta

È difficile scrivere di Manhattan se non hai mai visto l’America. La linea di un grattacielo va disegnata dritta, le piccole case vanno descritte nei dettagli. In Come parlare di luoghi senza esserci mai stati, Pierre Bayard approfondisce il tema, mostrando esempi di scrittori che descrivono dettagli di posti che non hanno mai visto, come se ci fossero veramente stati.

Chiudete gli occhi e immaginatevi New York. Visualizzate per un momento l’America dei grandi successi e delle grandi aspettative, quell’America dove tutto è possibile. Ritornate, per un istante, ai primi anni del Novecento. Quella frenesia, l’aria di una terra dalle mille prospettive e dei grandi sogni. Perché è lì che andremo: a Manhattan, nel cuore della grande Mela e parleremo di una sfida.

Nel centro di New York, brulicante di persone, sede della Borsa di Wall Street, tra parchi, ponti e grattacieli. Siamo qui, dove c’è la famosa Fifth Avenue e dove c’è il fiume Hudson. Quel fiume che scorre nel centro di New York scoperto nel 1609 dall’esploratore britannico Henry Hudson, il primo occidentale che ha descritto questa terra.

Manhattan, la sede del World Trade Center, qui si radunano banchieri e finanzieri per gli affari in Borsa. Ma esistono tanti quartieri. Uno di questi, nel Downtown, è il Greenwich Village, chiamato comunemente Village. Questo quartiere è diverso dagli altri, ha uno schema di strade differenti dal resto di Manhattan. Le sue vie sono più disordinate: derivano dalla pianta di un antico villaggio staccato dalla planimetria della città, come se vi fosse stato disegnato dentro.

Il quartiere è vivace, è stato il centro pulsante della Beat Generation che scardinava ogni ordine e sistema negli anni 50. Le strade sono più strette, le case più piccole e vecchie conservano quella memoria storica della città che per gran parte è stata persa. E proprio nel Village c’è un piccolissimo pezzo di terra fatto a triangolo che ha una storia interessante. I turisti arrivano a vederlo, la gente ci cammina sopra. Molti lo notano subito, altri lo notano appena.

Situato tra la 7th Avenue South e Christopher Street, questo piccolo pezzo di terra è il simbolo di una lotta. Il New York Times dice che c’è un signore che si chiama Nehad Ahmed che ogni giorno si chiede cosa sia quel piccolo triangolo piastrellato nel marciapiede davanti al Cigar Shop, il negozio di fumo che gestisce. La risposta è semplice. Ma, esattamente come il signor Ahmed, spesso abbiamo davanti agli occhi cose che non vediamo perché siamo troppo abituati a vederle.

Il triangolo, ha i lati lunghi circa 25 e 27 pollici, 63,5 e 68,5 centimetri per lato. È fatto di piccole piastrelle nere e bianche ed è stato per tanti anni il più piccolo pezzo di proprietà privata di New York. Sopra, c’è una scritta: «proprietà dei possedimenti di Hess che non è mai stata devoluta a scopi pubblici». Il triangolo di Hess, come viene chiamato da tutti, ha una storia pittoresca, fatta di rivalse e di discussioni.

Era parte di un condominio di proprietà del costruttore David Hess, chiamato Voorhis, abbattuto per far spazio alla Seventh Avenue South. Un numero del NY Times del 1913 avvertiva: i «proprietari e residenti sulla linea di estensione della Settima Avenue dalla Greenwich Avenue fino a Varick Street devono prepararsi per la demolizione dei palazzi».

Gli edifici dell’area, 11 blocchi, furono successivamente distrutti e con loro se ne andò un pezzo di storia della città. Gli eredi di Hess, dopo la morte di David, si sono battuti strenuamente per mantenere la proprietà, ma tra gli edifici demoliti c’era anche il palazzo Voorhis. Gli Hess, allora, hanno lottato per rimanere proprietari del triangolo rimasto.

E quindi chiediamo a chi ne sa più di tutti: Andrew Berman, il direttore della Greenwich Village Society for Historic Preservation. Andrew ci dice che «negli anni ’10, New York decise di estendere la Seventh Avenue a Sud, da dove finiva la 11th Street a Lower Manhattan, sia per facilitare il traffico automobilistico sia per la costruzione di una linea della metropolitana sottostante». L’edificio Voorhis fu demolito, insieme a dozzine di altri edifici. Chiaramente, gli Hess la presero male, «avevano combattuto senza successo contro l’appropriamento della loro proprietà da parte della città». Allora, però, ci si dimenticò di cancellare una cosa: questo piccolo triangolo. Che poi è diventato il simbolo della battaglia degli Hess. «Qualche anno dopo la distruzione, la città di New York» chiese agli Hess di poter avere questo ultimo piccolo pezzo di proprietà, «ma la famiglia rifiutò, erigendo questa lapide che annunciava la sua sfida».

Il triangolo «risale alla metà degli anni ’10», spiega Andrew. Tuttavia, «il mosaico tessuto su di esso, che denota la sua esistenza come proprietà privata, risale a quando la maggior parte delle persone ne venne a conoscenza, ovvero nel 1922».

Negli anni ’30 la famiglia Hess vendette il triangolo ai proprietari del negozio Village Cigars per 100 dollari. Adesso, il triangolo «appartiene a chi detiene la proprietà del negozio di sigari, non alla città di New York». Dice Andrew, «Mr. Ahmed è il gestore del negozio, quindi non è necessariamente – e probabilmente – il proprietario». Secondo Andrew: «Il Triangolo di Hess è un meraviglioso ricordo di un pezzo di New York perso con il progresso, e un piccolo ma serio e irremovibile gesto per aggrapparsi a quel passato. Ci sono innumerevoli edifici a New York che sono stati demoliti nel corso degli anni per far posto a strade nuove e più grandi, metropolitane, autostrade o altre infrastrutture. Nessuno è ricordato come questo».

Chiaramente, «dal momento che è stato acquistato dalla proprietà adiacente» e si somma alla proprietà del lotto del negozio di sigari, non è più la più piccola proprietà di New York. Ma la targa, insieme alla memoria, resta.

Sara Mauri

@SM_SaraMauri

About the author

Giornalista, ho scritto su Il Giornale (di carta), La Nuvola del Lavoro e La 27 Ora (Corriere della Sera), La Stampa, Startupitalia, Nonsoloambiente, Barche Magazine, Provincia di Lecco, nella mia rubrica La Bréva del Giornale di Lecco. Ora scrivo su Linkiesta.

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