L’epoca dell’incertezza.

Perché siamo propensi al rischio, ma non all’incertezza.
L’incertezza è diversa dal rischio, non è misurabile. Il rischio, invece, è calcolato.

Notizie che sembrano vere, ma che non lo sono. Bozze di dpcm che circolano prima che diventino ufficiali. Il sapere e il non sapere si uniscono e si mescolano in un grande calderone moderno. Viviamo in un’epoca strana, in bilico tra il certo e il non certo, tra il detto e non detto, tra il falso e il reale. E ci perdiamo. Non sappiamo cosa succederà domani, tra una settimana, il mese prossimo. Metteremo un freno a questa situazione? Finirà?

Non abbiamo certezze e intanto viviamo, lavoriamo e guardiamo Netflix, perché la vita va avanti nonostante tutto. Domani il sole sorgerà e arriverà un altro giorno. Ma il momento presente è composto e plasmato su incertezze future. Ne siamo condizionati, è inevitabile. E se la prima ondata di coronavirus è stata caratterizzata da una dimensione di allarme generale verso un qualcosa di incontrollabile e cattivo, questa seconda ondata è molto più preoccupante; potevamo essere pronti ma non lo siamo stati. Viviamo in un’epoca di incertezza, ma la seconda ondata era largamente preannunciata: l’avevano prevista. 

L’incertezza è uno stato ben diverso dal rischio: il rischio si può calcolare, misurare; l’incertezza no. Non a caso, in banca, misurano il tuo atteggiamento prima di proporti investimenti. Calibrano la tua propensione, neutralità o avversione al rischio. C’è gente che lo studia, il rischio; ci sono esperti del rischio.

Ma l’incertezza è differente: non si misura, è qualcosa che esula dalla teoria delle probabilità. E se dal rischio ci si può proteggere e si può scegliere quanto esporsi; l’incertezza è qualcosa di non prevedibile.

Il rischio è ciò che misura un marinaio prima di decidere se uscire in un mare in tempesta.Il rischio è quello che accettiamo di correre quando attraversiamo la strada ogni giorno.

La nostra propensione al rischio è quella cosa che ci spinge a scegliere un’azione o un’obbligazione, un titolo rischioso o uno più prudente. Il rischio è calcolato, si misura con la probabilità; l’incertezza non è stimabile. Il rischio è anche una scelta consapevole: quando fai una scelta, ne calcoli prima i rischi -cosa ci puoi perdere se tutto va male- e poi decidi.

L’incertezza è una cosa a noi aliena; non abbiamo scelto di fronteggiarla, come si fa con il rischio. Ma l’incertezza dipende, in qualche modo come il rischio, dagli esiti possibili. Esiti che non possiamo prevedere come quelli del rischio. In questo momento dobbiamo fronteggiare vari tipi di incertezza.

C’è un’incertezza informativa: l’incertezza della veridicità di una notizia che ci arriva da un amico, la correttezza o non correttezza di un’informazione veicolata dai media, la previsione corretta o errata di virologi star che si contraddicono tra loro in un cortocircuito scientifico.

C’è l’incertezza verso il futuro immediato: ci sarà o non ci sarà un altro lockdown, cosa chiuderanno, ci sarà o non ci sarà una zona rossa?

C’è un’incertezza nei dati. Dove ci si contagia di più, quali sono i comuni più colpiti, quali le zone, quali i contesti? (I colleghi di Wired, hanno chiesto più trasparenza sui numeri).

C’è l’incertezza sul breve e lungo periodo: che ne sarà di me oggi, come faccio ad arrivare a fine mese se ho perso il lavoro? Ci sarà una grande crisi economica? (Perché davanti alla crisi dei consumi e alla contrazione del Pil, pensiamoci).

C’è anche un’incertezza imprenditoriale: vale la pena investire in un affare, in questo momento? Meglio aspettare o procedere, meglio riempire i magazzini o lasciarli vuoti? 

Un’incertezza finanziaria: con le borse che salgono e scendono, lascio i soldi investiti o li metto al sicuro (e al sicuro dove)?

C’è un’incertezza legata alla salute e alla paura. Il timore che nell’ospedale non ci sia posto, la paura di morire, la corsa a vaccini influenzali indisponibili. 

C’è un’incertezza di prospettiva, sul lungo periodo, che poi è incertezza verso il futuro. Se chiudono la mia attività potrò mai restare in piedi, riuscirò a portare il pane in tavola, cosa mi succederà? Che ne sarà della mia famiglia?

E se maneggiare il rischio è una cosa soggettiva, cioè dipende dalle scelte che si fanno e dipende -in qualche modo- anche dalle capacità personali di un individuo o da una cosa che si chiama visione a breve o lungo termine; l’incertezza è democratica non dipende dalle scelte personali. Incerto è il ricco, il povero, l’intelligente, l’addormentato. E lo è perché il virus, come la salute e come la morte, è democratico.

Prima del coronavirus vivevamo in un’epoca di pseudo certezza, di certezza percepita. Un’illusione, certo. Ma ciò che conta è la percezione di certezza. In questo mondo, si sa, non si può essere certi di nulla e perché siamo esseri mortali. Ma vivevamo comunque in un limbo pseudo sicurezza che garantiva una certa programmazione delle nostre vite, del nostro avvenire, che ci consentiva di andare avanti. Spostandoci dalla certezza, ci muovevamo solo sul terreno del rischio. L’incertezza era costituita da malattia o morte (la morte è certa, come e quando avverrà è evento incerto). 

Per ogni cosa siamo, da sempre, abituati a valutare il rischio implicito. Se apri un’attività, valuti i rischi che aprirla comporta. Facile da capire, no? Se oggi non sai cosa succederà, invece, compri il lievito e risparmi sul resto.

L’incertezza, a livello psicologico, pesa. E pesa per un giorno, figuriamoci per interi mesi. Davanti all’incertezza di prospettive, all’incertezza del futuro, le persone si preoccupano. È una reazione naturale e normale e umana. Perché noi esseri umani possiamo essere propensi al rischio, ma non saremmo mai propensi all’incertezza: non è cosa naturale. Siamo progettati per reagire al rischio. 

Il caos informativo favorisce dinamiche psicologiche legate all’incertezza. Pensiamo a una palestra: la settimana prima ti dicono che chiuderai se non ti adegui, tu ti adegui, spendi e sanifichi, la settimana dopo ti dicono che chiuderai lo stesso. La rabbia della gente si alimenta anche con la contraddizione informativa, con cortocircuiti e indicazioni poco chiare. 

Abbiamo fatto errori (quanti). Dalla mancata zona rossa ad Alzano e Nembro, a #lombardianonsiferma. Abbiamo fatto errori a settembre, quando il virus sembrava addormentato e alcuni dicevano fosse “clinicamente morto”. Intanto, adesso, i virologi si scannano tra loro, le regioni e i comuni si passano la palla e gli ospedali -intanto- si riempiono. Adesso i “va tutto bene” ci sembrano ridicoli. Perché va tutto male (e andrà anche peggio).

Solo qualche mese fa, mentre la scure del coronavirus si abbatteva su Bergamo e le bare venivano portate via, c’era un senso di paura e sgomento. Ora, quella paura in parte se n’è andata. Si sa, il caldo, l’estate, il virus che pareva sopito, spento, i cocktail e le spiagge. 

Ma non viviamo in un momento meno pericoloso: c’è la possibilità che le stesse cose si ripetano. La curva sale, la gente muore, i numeri si fanno sempre più minacciosi. Ci sono state nuove chiusure.

Cosa succederà domani? I decreti arrivano all’improvviso e ci si deve adeguare in fretta. La sera prima sai che aprirai la serranda, il giorno dopo non la aprirai. La sera prima sai che andrai al lavoro, il giorno dopo non lo sai. La sera prima sai che tuo figlio andrà in classe per la verifica di matematica, il giorno dopo non sai dove metterlo, quel figlio. Di solito, il cambio allo status delle cose avviene tra la domenica è il lunedì. Questa settimana, invece, le decisioni sono arrivate più tardi. Dall’ultimo dpcm alla comunicazione dello status delle zone rosse, è trascorso del tempo.

Ci sono molti riferimenti alla comunicazione in tempo di crisi: una su tutte, dare informazioni chiare, perlomeno, cercare di dare alla gente delle informazioni precise e puntuali, svelare le carte. Analizzare a fondo la situazione e spiegarla in maniera limpida. 

Far trapelare bozze prima dell’uscita di un nuovo dpcm per sondare il terreno e non sapere dove e come certe decisioni impatteranno sulla vita delle persone, ci catapulta ancora e ancora in quell’angoscioso e disperante vortice di incertezza. Si passano giorni in attesa. E l’attesa, specie se contempla decisioni sul quotidiano e il reale di cittadini e aziende, è logorante. 

La Merkel è stata molto chiara, la situazione è grave. È così in tutta Europa ed è così così anche da noi: gli ospedali sono in affanno. 

In un momento di crisi, la comunicazione dovrebbe essere nitida, trasparente, impeccabile. Perché la corda è un po’ tirata e le persone possono resistere poco in clima di incertezza, guardiamo a ciò che è successo nelle piazze. Nessuno sa come fare ora. Lo sappiamo. Qui -inutili i giri di parole- servirebbe una comunicazione onesta, che dica cosa si sta pensando di fare, che metta in chiaro i numeri, magari per comune, che spieghi bene le motivazioni delle decisioni prese, che illustri gli scenari possibili e le possibili manovre, che dica dove avvengono questi contagi, se a scuola o sui mezzi di trasporto. Sarebbe utile a noi, per compiere scelte immediate. Dare la colpa alla gente non servirà e non ci salverà. Perché di fronte al rischio noi siamo informati, ci prepariamo. Davanti all’incertezza siamo impotenti. Tuttavia, a livello psicologico anche l’incertezza può essere affrontata se le informazioni che arrivano sono limpide e non contraddittorie. Sarebbe bello anche che si facesse un’auto-analisi istituzionale e che si dica cosa è andato storto a settembre. Perché se a marzo abbiamo fatto sacrifici e ce l’abbiamo fatta a duro prezzo, forse ci meritiamo che qualcuno dica “ho sbagliato”.

Avremmo bisogno -ma non illudiamoci- di una pubblica analisi sui fatti di Bergamo. Davanti alle bare, sarebbe (e sarebbe stata) cosa doverosa. Ma per avere questa chiarezza e assunzione di responsabilità servirebbero politici dall’alto valore morale. Saper domandare scusa non è mai cosa da perdenti, é una virtù dei grandi. Probabilmente, però, è chiedere troppo.

Sara Mauri

About the author

Giornalista, ho scritto su Il Giornale (di carta), La Nuvola del Lavoro e La 27 Ora (Corriere della Sera), La Stampa, Startupitalia, Nonsoloambiente, Barche Magazine, Provincia di Lecco, nella mia rubrica La Bréva del Giornale di Lecco. Ora scrivo su Linkiesta.

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Avevo scritto questo articolo per illustrare le reazioni di persone ed ecclesiastici alle frasi del Papa. Poi, però, strada facendo, ho notato delle incongruenze. Soprattutto guardando l’intervista a Alazraki, citata da Padre Spadaro. Intanto, dal Vaticano, nessuna smentita (e chi tace acconsente). Premetto che io sono favorevolissima alle unioni civili e anche ai matrimoni gay.

Io credo nella libertà delle fonti e nella libertà di espressione. Credo che il giornalismo debba dare voce a mille voci. Credo che ascoltare sia un bene, non una colpa. Credo che per essere giusta, l'informazione debba essere completa. Un giornalista non scrive quello che vuole, un giornalista descrive quello che vede. E quindi, il mio articolo, stavolta, non è un articolo: è una lettera. La lettera che queste 96 ragazze mi hanno inviato e che io ho scelto di condividere senza toccare una virgola.

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