Reportage dal Vietnam del Sud

Racconto dal Vietnam del Sud, nuova vita tra grattacieli e spiagge

Articolo uscito su Il Giornale (cartaceo), il 9 febbraio 2018

Quando scendi dall’aereo ti immagini gli effetti della guerra, ti chiedi se il Vietnam si è rialzato in piedi. Ti chiedi cosa pensi il suo popolo e come sia quel Vietnam ora.

Pescatori sulla costa del Vietnam del Sud

Pescatori Vietnam, Ph. Sara Mauri

Se quella Saigon, ora Ho Chi Minh City, così tanto raccontata in passato, sarà la stessa che vedranno i tuoi occhi. Saigon, dopo più di 18 ore di viaggio, con scalo a Shanghai, sembra una città enorme. L’aereo atterra quasi accanto ai palazzi: in quell’aeroporto nel centro città; nello stesso aeroporto da cui, nel 1975, sono scappati i soldati americani e i vietnamiti fedeli agli americani; l’aeroporto che è stato bruciato quando è stato conquistato dal Vietnam del Nord e che ha visto tante persone abbandonate al loro destino salire in massa sulle barche. Ma è nel viaggio tra Saigon e il nord, su quell’unica strada, che si vedono le risaie. Qualche nòn là, il cappello tipico dei vietnamiti, ogni tanto fa capolino in mezzo alle piante di riso. Appena fuori dalla città, baracche si alternano ai grattacieli e alle baracche si alternano case di paglia. Ed è il contrasto tra i grattacieli e le case di latta che fa percepire tutte le contraddizioni di questo Paese.

Il comunismo non sembra comunismo, qui in Vietnam. I negozi vendono, i commercianti fanno affari, la vita brulica nelle strade e nei mercati. Sempre lungo la strada, si vedono rosse bandiere con falce e martello in piccoli paesi pieni di motorini, dove si supera a destra. Oriana Fallaci si chiedeva quanto dovesse essere bello il Vietnam senza la guerra. Beh, il Vietnam, dopo la guerra, è bellissimo: i cieli, il verde del riso appena piantato, il delta del Mekong, le piante e il mare. Sulle spiagge di Mui Nè, signore piccolissime spaccano i cocchi con i coltelli.

Mui Né, foto mia

Nei locali c’è un’insolita allegria: le decorazioni, le luci al neon, la musica. Nei locali, a Mui Né, passano cantanti itineranti che si mischiano agli americani, agli australiani, ai russi. I russi sono tanti, qui: è il paradiso del kitesurf. Ed è il kitesurf che ha ridato la vita alla costa. Negozi a basso prezzo si alternano a negozi con prezzi occidentali. E si paga in Dong o in dollari. Ai vietnamiti piacciono i dollari, li regalano ai figli per il compleanno. Anche se tutti, ufficialmente, compiono gli anni al Tet, il capodanno vietnamita. E, per 10 euro, al cambio, ti danno mazzette di Dong.

La strada è sempre affollata da uno sciame di motorini. E non esiste un codice della strada preciso: chi va in una direzione si sposta e fa passare chi viene dall’altra parte. Da Mui Né a Phan Rang il panorama è mozzafiato: cascate, barche rotonde dei pescatori, saline, e il verde della foresta. Il Mar Cinese orientale, che sbatte sulla costa vietnamita, è un mare con le onde che riporta a terra tanti rifiuti. Appena si esce dalla zona turistica la povertà si vede e si vede bene nelle case mezze distrutte, negli intonachi, nelle rovine dei resort e nei cavi elettrici tirati alla bell’e meglio, negli occhi dei bambini che salutano e sorridono.

Mare Vietnam del Sud, foto mia

Pham Rang-Thap Cham: i monumenti alla vittoria svettano sulla piazza principale, le statue dei soldati vietnamiti ricordano la riunificazione. Anche se si sta costruendo anche qui, le mattonelle dei marciapiedi non sono state aggiustate.

Phan Rang, foto mia

Ogni tanto, un aereo militare sfreccia nel cielo. E, allora, il pensiero torna a Saigon, tra il museo della guerra, ora War Remenants Museum, il palazzo della Riunificazione e la rete di tunnel di Cu Chi (dove si nascondevano i combattenti vietcong, alleati del Nord). Il palazzo dell’indipendenza, un tempo sede del governo del Vietnam del Sud, conquistato da un carrarmato che ne aveva abbattuto i cancelli, è diventato il simbolo della Riunificazione e ha cambiato nome.
I fasti del passato, le stanze dell’ex Presidente del Vietnam del sud, gli armadi della moglie (dove ci sono ancora i vestiti), la sala dove Kissinger ha incontrato di Nguyen Van Thieu. Tutto è immobile, intonso. Molti vietnamiti, quando chiedi del comunismo, rispondono «cos’è il comunismo?». Ma persino le ferrovie si chiamano Ferrovie della riunificazione. I vietnamiti non parlano molto della guerra, non parlano della riunificazione e non parlano del comunismo. Forse perché le ferite sono profonde, forse perché la voglia di vivere è più forte di tutto.

Agente Orange, foto mia

Le mine inesplose scoppiano ancora. L’agente Orange, lanciato dagli americani, ha lasciato ancora oggi le sue tracce: gli effetti hanno colpito indifferentemente veterani Usa, piccoli Vietcong e vietnamiti del Sud, i loro figli e i figli dei figli e arrivano fino alla quarta generazione. Le foto dei corpi mutilati e vilipesi stanno lì, insieme alla foto iconica della bambina che scappava dal Napalm, fotografati e immobili, per sempre, sui muri del Museo della guerra a ricordare quello che è stato. Gli elicotteri, le armi e i carri armati che gli americani si sono lasciati dietro nella stretta del Vietnam del Nord su Saigon, sono conservati in perfetto stato ed esposti.

E resta tutto negli sguardi fieri di questo popolo che pratica il buddhismo, rialza la testa e fa fronte alla rinascita cominciata nel 1986 con la doi moi, la politica di riforme orientata all’apertura del mercato. E anche se la storia la scrive chi ha vinto, dalla fine dell’embargo Usa, le ostilità sono cessate. Gli americani sono i benvenuti, non c’è risentimento, la guerra ha lasciato dei ricordi devastanti anche a loro. Già del 1971, con la diffusione dei Pentagon Papers e con l’apertura americana a diffondere le fotografie (come quelle pubblicate nel libro Vietnam Inc), ci si è resi conto che nulla può cancellare ciò che è stato.

Sara Mauri

About the author

Giornalista, ho scritto su Il Giornale (di carta), La Nuvola del Lavoro e La 27 Ora (Corriere della Sera), La Stampa, Startupitalia, Nonsoloambiente, Barche Magazine, Provincia di Lecco, nella mia rubrica La Bréva del Giornale di Lecco. Ora scrivo su Linkiesta.

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